Editoriale

Di valore sociale si parla spesso, di questi tempi. Che cosa sia, davvero, non sono in molti a saperlo dire con esattezza – riconosciamolo. Come lo si misuri, poi, è ancora più nebuloso. Nondimeno, nella retorica di politici, amministratori, imprenditori, manager, operatori sociali, accademici, eccetera, il tema della creazione di valore sociale emerge con crescente frequenza. Questo fenomeno ha evidentemente un lato positivo: significa che si ha la percezione del fatto che l’argomento abbia una qualche rilevanza, che intercetti una domanda di conoscenza e di informazione. Ma c’è anche una componente di rischio – e cioè che, a furia di parlarne in modo confuso (in qualche caso, diciamo pure, a vanvera), il concetto finisca con l’essere svuotato di senso. L’inflazione della locuzione “valore sociale” produce un suo deprezzamento – se mi si passa il gioco di parole, una perdita di valore. Circostanza che dobbiamo evitare in tutti i modi, perché si tratta di una dimensione troppo importante per finire nel tritacarne lessicale dell’ultima moda del momento. Che fare, allora? Partiamo dal bisogno: abbiamo tutti la consapevolezza del fatto che conto economico e stato patrimoniale non sono strumenti sufficienti a rappresentare la complessità di un’organizzazione. Intercettano un pezzo del tutto. In molti casi, il pezzo meno interessante. C’è tutto un “mondo” che sfugge ai metodi e agli approcci che siamo abituati ad utilizzare per valutare un’organizzazione nella sua rotondità. Non si tratta di tradurre le variabili sociali in unità di misura economiche. Non tutto è monetizzabile – ed è un bene che non lo sia. Occorre quindi trovare diverse chiavi interpretative, che si sostanzino in nuovi metodi di analisi e di stima. Non necessariamente un metodo. Ce ne possono essere anche diversi, concorrenti tra loro, ciascuno adeguato a cogliere un aspetto del valore sociale, che sappiamo essere un concetto multiforme. Ma ognuno di questi deve essere caratterizzato da due elementi, almeno: trasparenza e rigore. Non è per il fatto che trattiamo di fattori intangibili che gli approcci possano essere approssimativi. Al contrario, proprio perché l’oggetto di stima è sfuggente, occorre che l’apprezzamento sia basato su teorie solide, applicate con serietà e coerenza. Vogliamo evitare, in altre parole, che il dibattito sul valore sociale si sviluppi in un contesto sregolato. Non si tratta di reinventare la ruota, ma di condurre un processo tentativo, fatto di miglioramenti successivi, che riescano passo dopo passo ad avvicinarci ad un traguardo che sappiamo si sposterà sempre in avanti. Questo è lo scopo per cui è nata Social Value Italia: creare un luogo di confronto e di scambio, in cui tutte le idee e le proposte siano benvenute purché tendano ad una soluzione razionale e disciplinata. Social Value Italia non sarà un’associazione professionale, non uno standard setter, non un circolo chiuso di appassionati del genere. Non si erge a custode di un sapere, ma punto a produrre conoscenza condivisa, da mettere a disposizione della collettività, in uno spirito di servizio civico. Chiunque vorrà contribuire a questo obiettivo troverà in Social Value Italia il posto giusto per farlo.

Davide Dal Maso
Presidente Social Value Italia

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